Logo con stemma di Gesualdo Convento dove ha risieduto padre Pio Panorama da via Pastene
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FRA IL DIRE E IL FARE CI PASSA DI MEZZO IL MARE

di Franco Caracciolo

 

 

 

GESUALDO. Saranno “Tutti I Santi” a patrocinare la nuova iniziativa, e forse, è solo per questo che ce l’abbiamo fatta, commenta il sindaco Nuccio Petruzzo che aveva delegato l’incarico agli assessori Filomena D’Amelio (lavori pubblici) e Giovanni Cogliano (sport). Sono i sensi unici che stravolgeranno, per la prima volta a Gesualdo, la circolazione in città a partire dallo 01 11 2005. Dopo circa venti anni di varie gestazioni, la neo amministrazione dell’Avvocato ha finalmente sconfitto aristocrazie, privilegi, cavilli burocratici nonchè vecchie remore, spesso solo strumentali, per varare un piano organico di assetto viario e per porre fine al caotico traffico quotidianamente in tilt contemporaneamente, in più luoghi dello storico borgo medioevale e non solo. Dal primo novembre, chi arriverà in città non sarà più costretto a scontrarsi, a muso duro, con i locali residenti in pianta stabile, ma sarà soltanto un approccio piacevole all’ombra della Neviera, del Cappellone, del Castello, della “Fera”, di “Porta Nova” del Canale, delle storiche antiche Chiese, Conventi e Fontane. Edifici magnifici, i cui volumi, si assestarono già dopo il 1400 con l’impronta urbanistica data dai Caracciolo di Avellino prima, e dal governo dell’Università Municipale, dei Galantuomini, dei Gesualo, dei Ludovisi, e nuovamente dai Caracciolo di Torella, poi.

In effetti fu Nicolò Ludovisi, nipote del papa Gregorio XV, nonché pupillo del re di Spagna, il più grande artefice di ciò che in gran parte è arrivato ai giorni nostri. Per primo, verso la metà del 1600, diede un sostanziale impulso al riassetto organico e civile dell’allora feudo dei Gesualdo, giunto fino a noi per lo più intatto, iniziando con una spesa di proporzione gigantesca per l’epoca, di oltre cinquantamila ducati. Quel gran signore non lesinò la sua borsa per il decoro dell’amena capitale del territorio che fu dell’eccelso “musicista principe” e del quale ne aveva sposato la nipote Isabella. Un matrimonio combinato, il suo, dai poteri forti dell’epoca, che aveva cozzato e stravolto la becera volontà testamentaria del grande madrigalista Carlo Gesualdo, ma che non aveva poi condizionato l’amore per la sua sposa e della di lei “Terra”.

Finalmente in piazza Neviera si potrà convogliare senza le solite estenuanti manovre di andirivieni a via Salvatore, con il senso unico di marcia che parte da via S. Sebastiano presso la chiesa della Madonna degli Afflitti dove è conservata la magnifica tela seicentesca della Pietà di Giovan Tommaso Guarini. Si potrà circolare in via Roma, oltre che con le auto, questa volta anche a piedi, dove si possono visitare le due Chiese, quella della Collegiata dell’Addolorata e Morti, dove sono inserite gli affreschi recenti della francese Caty Toma e la più splendida e decorata chiesa di S.Antonino, fatta edificare proprio dal grande Nicolò, ma restaurata dopo il sisma del 1980, è purtroppo ridotta oggi a sede privata della Fondazione Carlo Gesualdo, dalla “magnanimità” dell’ex Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi Nunnari. Ci si potrà meglio districare tra le innumerevoli traverse della località Pastene, e raggiungere in maniera più logica e meno stressante tutti i punti nevralgici, senza ingorgo. Quello che resta ancora da fare ora è forse un po’ più difficile e delicato,  cambiare certa solita mentalità più o meno strumentale che fa capo allo logica dell’egocentrismo e del “fastidio”. Si dice che, un certo assessore in passato, ha sempre avversato il solo progetto di via Salvatore per la pigrizia di tenere lo sterzo tra le mani per qualche metro in più, senza sapere che ora lo terrà per meno tempo. La stragrande maggioranza dei cittadini ha accolto con sollievo l’annosa decisione, e spera che si continui così. Col far funzionare le cose di tutti i giorni, magari chiedendo solo un poco d’impegno (già dovuto) a chi di dovere, per stare meglio tutti . Col dare impulso al programma annunciato in campagna elettorale, quello che prometteva una città a dimensione d’uomo, più vivibile. Non soltanto quella virtualmente legata a fantastiche vanaglorie neo monumentali e vecchie esibizionistiche.  Fatti per fare il bene del paese. Il bene comune a tutta la società invertendo la tendenza dell’attenzione soltanto al particolare e all’effimero. Attenzione, invece, alla funzionalità dell’ordinario non solo a certe “ordinarie storie”.

 

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