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LETTERA APERTA

 

Alla Soprintendenza ai Beni Artistici, Ambientali e Storici di

Salerno e Avellino. Sede.

Ho accolto con favore il programma di riqualificazione urbanistica dell’attuale Amministrazione Comunale di Gesualdo, sia per quanto concerne l’asportazioni del terreno, che i Caccese sversarono ai piedi del castello, trattenuto da un brutto muro di contenimento, sia per quanto concerne l’abbassamento del deturpante edificio di proprietà del Comune, costruito 57 anni fa, sull’area dove una volta era ubicata la chiesa dell’Annunziata, annessa all’ex convento dei Celestini di Gesualdo.

Siccome la realizzazione di dette opere conferirebbe, tra l’altro, maggiore visibilità ai monumenti di interesse storico, ero certo che la Soprintendenza accogliesse positivamente l’istanza inoltrata dall’attuale amministrazione di Gesualdo.

Il parere negativo mi ha addolorato anche se, stando alla legge, la Soprintendenza si è trovata difronte ad un guazzabuglio creato da decisioni sciagurate di cattivi passati amministratori, che per evitare l’esproprio del fabbricato in questione da parte di un privato creditore, lo assoggettarono alle Belle Arti, giovandosi del piano urbanistico di tipo C, studiato ad hoc, in base al quale, per interessi corporativi successivamente il manufatto è stato appaltato secondo il criterio di risanamento conservativo. A prescindere dalla correttezza del procedimento, quello che è più desolante, è la constatazione che i responsabili della Soprintendenza ignorano completamente la storia e il contesto urbanistico, assoggettato alla loro tutela, associando tutto a Carlo Gesualdo.

E’ opportuno, perciò, ricordare che nella piazza, “ormai storicizzata”, niente fece Carlo Gesualdo: la chiesa del Rosario fu eretta da Luigi IV° Gesualdo, la Neviera e il Convento dei Domenicani furono costruiti da Nicolò Ludovisi, la “Fontana dei Putti” fu fatta dall’ “Università” (Municipio) di Gesualdo come si evince dallo stemma. Lo stesso Complesso Monastico dei Celestini, il cui campanile fu privato della campana dal generale francese Championnet, fu edificato al tempo di Carlo II° D’Angiò, quando San Pietro da Morroni ossia Celestino V° (che col suo “gran rifiuto” facilitò l’ascesa al soglio pontificio di Bonifacio VIII°), era ancora vivo.

Ad iniziare l’edificazione del Sacro Impianto, con relativo patronato, fu la contessa Giovanna della Marra, che in seconde nozze aveva sposato Tommaso Dragone. Costei per incrementare il cenobio si mise a perseguitare persino i vescovi di Frigento, per cui, “lo zoppo” Sovrano Angioino, dichiarò la Diocesi di Frigento “luogo di Real protezione, per la qual cosa tutti erano obbligati a difenderla contro ogni insulto o vertenza”. Grazie alla Regia protezione, i vescovi di Frigento ebbero per più secoli l’incarico di controllo e la manutenzione del complesso monastico gesualdino. I Celestini avevano un esteso orto che confinava con la Fiera e con le proprietà dei Domenicani, con i quali erano in permanente conflitto. Sia per la loro litigiosità e sia per la loro ricchezza, erano mal visti dal popolo. Nel 1794, in occasione del carnevale, l’Abate dei Celestini Felice di Luna fu raffigurato con la testa di asino intento a recitare le preghiere. Poiché l’oltraggio alla religione per molti secoli costituì delitto di stato, seguirono molti arresti, che poi determinarono la catena di ammazzamentiin Gesualdo, durante la Repubblica Partenopea. Nel 1807 il re Giuseppe Bonaparte decretò la soppressione degli ordini religiosi obsoleti ed inutili, perciò il convento dei Celestini, rimasto senza monaci, fu saccheggiato di tutti gli arredi e oggetti utili.

Durante la restaurazione borbonica sancita dal Congresso di Vienna, la struttura monastica fu trascurata, ma con l’unità d’Italia, dopo l’abolizione del vincolo di “mano morta” (13 sett. 1874), il Comune di Gesualdo avvalendosi dei particolari privilegi legislativi, acquistò il vecchio impianto monastico, mentre la gran parte del patrimonio immobiliare (con lunghe dilazioni di pagamento) fu venduto dallo Stato ai locali “galantuomini” .

128 anni dopo il decreto napoleonico, il cav. Giuseppe Flamma di Frigento, in qualità di Commissario Prefettizio, utilizzando tutte le opere d’arte per la ristrutturazione del Municipio di Gesualdo, demolì dalle fondamenta la Chiesa dell’Annunziata, che malgrado fosse pericolante, negli ultimi tempi, era stata adibita a sala teatrale, ove Angelo D’Amelio proiettava anche film muti.

L’abbattimento della Vecchia Chiesa incrementò il mercatino domenicale e fu benefico specialmente perché esaltò il complesso architettonico e monumentale esistente mentre a noi ragazzi d’allora, permise di disporre di spazio adeguato dove incontrarsi e fare di tutto.

Sempre per miopia i passati amministratori di Gesualdo, per bisogno di locali e non disposti ad effettuare espropri, su quella piazzetta nel 1947 fecero costruire dalla impresa Mascolino di Ariano Irpino, con scadentissimi materiali, l’immondo fabbricato. Con questo si alterò ogni logica di conservazione storica e ambientale, e si privò la piazza del decoro che oggi, finalmente verrebbe ripristinato sfruttando lo spazio in modo razionale.

Stando a codesta sintetica cronistoria, si evince che il rapporto volumetrico del centro storico denominato piazza Neviera è stato sempre alterato, tanto che negli ultimi 80 anni ( in danno della visibilità della facciata del Convento Domenicano voluta da Nicolò ludovisi, promotore di tutto l’impianto storico architettonico di Gesualdo) sono state costruite una ventina di abitazioni. In difetto dello storico “rapporto spaziale”, ed essendo stato pretestuosamente chiamato in causa Carlo Gesualdo, chiederei alla Soprintendenza il riesame della decisione assunta, onde rasserenare tutti i gesualdini, sulla fattibilità del programma edilizio dell’attuale amministrazione che valorizzerebbe ciò che resta dei loro monumenti, eseguiti nell’arco di tre secoli e mezzo circa.

Oltre che per lo Jus prime noctis, per circa 400 anni il popolo di Gesualdo ha ricordato il Principe di Venosa per l’utilizzo che faceva di un sotterraneo (da me trasformato in garage nel 1981), ove faceva impiccare i “regnicoli” solerti a giovarsi dell’uso civico del legnatico: l’ipogeo era denominato “Cappella re limpisi”. per atavica bigotteria usuraia, non soltanto il principe di Venosa non fece niente per migliorare l’abitabilità e le condizioni civili del paese, ma, prima di morire (1613) lasciò gran parte del suo enorme patrimonio monetario ai Gesuiti, l’ordine da sempre sostenuto dal suo Casato.

Gesualdo 20 12 2004 Giuseppe Mannetta, appassionato di storia locale.

 

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