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http://carlogesualdo.altervista.org -Notizie dal sito, di Franco Caracciolo.-

 

 

                     CARLO GESUALDO

tra musica e fantasie della storiografia contemporanea

 

 

 

Il 02 Luglio 2005 col settimanale avellinese “Economia 2000” uscì il secondo numero dell’inserto trimestrale “Il Madrigale”, ideato dalla paesana “Fondazione Carlo Gesualdo”, L’editoriale della riferita pubblicazione col titolo “Il Principe dei musici tra arte e politica”, firmato da Giovanni Judica, amplifica una tesi dello studioso lucano Antonio Vaccaro, secondo la quale, gli Estensi, accolsero con sollievo la proposta di matrimonio, fra Carlo Gesualdo e Leonora d’Este; sicuri che imparentandosi, col cardinale Alfonso Gesualdo, che sarebbe diventato sicuramente Papa alla morte di Innocenzo IX, si sarebbe potuto evitare che il feudo di Ferrara tornasse allo Stato Pontificio, stando al fatto che il duca Alfonso II d’Este (1533 – 1597) quinto e ultimo feudatario di Ferrara, non aveva generato discendenti, e in quel periodo (post–tridentino) la Chiesa era contraria alla rifeudalizzazione dei propri beni. L’argomento dello Judica, a primo acchito, sembra una geniale intuizione, ma meditando con l’ausilio delle date, sorge il dubbio della sua sostenibilità. Nel conclave del 30 gennaio 1592 (Papa Innocenzo IX , Giovanni Antonio Facchinetti, era morto un mese prima) risultò eletto Ippolito Aldobrandini  che assunse il titolo di Clemente VIII(1592 – 1605), il cardinale Gesualdo non aveva probabilità di vittoria per la sua notoria ispanofilia, ed in quel periodo le posizioni del monarca Felipe II non combaciavano con le direttive temporali e spirituali della Chiesa. Con quella elezione per Alfonso Gesualdo finirono le occasioni di diventare Papa, perché il pontefice Aldobrandini sopravvisse due anni al Cardinale Gesualdo, il quale dal 1596 diventò benemerito arcivescovo di Napoli, ove al Duomo, è conservata la statua sarcofagale.

Oltre ad essere stato generoso col cardinale A. Gesualdo, Clemente VIII è ricordato per il grande giubileo del 1600 e per le coeve sentenze capitali di Beatrice Cenci e di Giordano Bruno. Lo scenario proposto dal prof. Giovanni Judica presuppone tante considerazioni e Interrogativi. Se gli Estensi agli inizi del 1592  pregarono per l’elezione di Alfonso Gesualdo al Soglio Pontificio, significa che già dal 1591 andava avanti la trattativa matrimoniale Gesualdo – d’Este: esiste la documentazione che la suffraga? Quando il 21 febbraio 1594 a Ferrara il ventottenne Carlo Gesualdo sposò la quarantatreenne Leonora d’Este ,

- Leonora, probabilmente nata a Montecchio, in provincia di Reggio Emilia nel 1551, morta a Modena nel 1637, era figlia del Marchese Alfonso d’Este (1527 – 1587), il quale, era figlio a sua volta di Alfonso (1476 – 1534), e della sua amante Laura Dianti, (Eustachia) con la quale convisse dopo la morte della seconda moglie Lucrezia Borgia. Siccome le omonimie inducono ad errore, ricordo che l’Alfonso padre della Leonora era zio dell’Alfonso II°, ultimo duca di Ferrara, poiché fratello naturale del padre Ercole II° (1508 – 1559)

malgrado fossero svanite le speranze del papale aiuto per conservare il feudo ferrarese, gli Estensi comunque furono felicissimi del matrimonio con gli “spagnoleschi” Gesualdo tanto che organizzarono spettacoli e feste che durarono per settimane. Che cosa si aspettavano gli Estensi, per liberarsi dagli incubi, con quell’imparentamento? Credo che la risposta si possa cercare in una osservazione che il professor Giovanni Judica fa nel menzionato editoriale del 02 luglio 2005, ov’è detto che Alfonso II, per poter assicurare la successione di Modena e Reggio  al cugino Cesare D’este, fratello di Leonora, dovette pagare all’imperatore Rodolfo II (Vienna 18 luglio 1552 – Praga 20 gennaio 1612) l’astronomica somma di ducati 400.000, somma con la quale si potevano agevolmente comprare cento piccoli feudi nel viceregno spagnolo di Napoli. A parte la richiesta imperiale per la città di Modena e Reggio, Alfonso II si era dissanguato nella rivalità con i Medici di Firenze per la “precedenza” al titolo di Granduca che gli fu sempre negato, malgrado per quella vanità avesse vessato i sudditi con intollerabili pressioni fiscali.

Stando a questo si deduce che gli Estensi non pensarono di usare Carlo Gesualdo per una partita di geopolitica, ma perché il nostro principe era il più grosso depositante di moneta dei Banchi della capitale del Sud Italia.

Ma Carlo Gesualdo, con i suoi denari, non favoriva nessuno, anzi fu taccagno persino con la moglie Leonora. Per inciso ricordo che l’abbandono e la miseria nel Principato di Venosa, ai tempi di Carlo Gesualdo, era tanta per cui

 

 

Nicolò Ludovisi, che succedette nella signoria del Principato, dopo molti anni di

 

 

vertenze giudiziarie generate dal prolisso e antigiuridico testamento del nostro Principe musicista, pagò più caro la sola cittadina laziale di Zagarolo che l’acquisizione di tutto il Principato di Venosa che, il Patrizio bolognese, elevò a Grandato. La stessa leggenda secondo la quale il Principe Carlo per espiare l’uccisione della moglie Maria e del di lei amante Fabrizio Carafa, avesse fatto costruire nel paese omonimo tre conventi è completamente falsa. La chiesa del Rosario e l’attiguo convento domenicano furono inizialmente fabbricati dall’Università di Gesualdo, come si nota dal vecchio ingresso della primitiva facciata in via Salvatore, mentre la edificazione della Chiesa della Madonna delle Grazie e dell’attiguo convento dei Cappuccini, fu completata ed ingrandita da Nicolò Ludovisi a sue spese: ciò si evince leggendo il codicillo del testamento del principe Carlo redatto il 13 settembre 1613. In quella ultima volontà il Principe di Venosa impegnava gli eredi, che dovevano tassativamente appartenere alla famiglia dei Gesualdo, di costruire una chiesa in onore di S. Carlo Borromeo, nonché terminare i complessi sacri del Rosario e della Madonna delle Grazie, “con i frutti di diecimila ducati” che egli, allo scopo, aveva depositato al Monte di Pietà della capitale. A parte il fatto che con gli interessi di ducati 10.000,00 occorreva moltissimo tempo per portare a compimento le incomplete costruzioni, Nicolò Ludovisi istituì il monte frumentario di Gesualdo e spese oltre cinquantamila ducati per completare quelle sacre strutture senza l’accesso al piccolo fondo di Carlo Gesualdo, congelato da don Cesare Gesualdo. Spiace constatare che malgrado il principe Nicolò Ludovisi, marito di Isabella Gesualdo, abbia a sue spese edificato la maggior parte degli edifici storici della nostra cittadina: chiese, conventi, neviere e un’intero borgo (burve) che era delimitato da un imponente portone “ lo fuoss’ re lo portone”; attiguo all’antico pubblico cimitero, nonché (con il contributo dell’Università) la fontana più ricca di acque del paese, “La Cisterna”, fosse completamente dimenticato dalla locale pubblicistica. Nicolò Ludovisi era nipote di Gregorio  XV, al secolo Alessandro Ludovisi (Bologna 1554 – Roma 1623), fu Principe di Venosa, Vicerè del Regno d’Aragona, governatore della Sardegna, Grande di Spagna, duca di Fiano e Zagarolo ancorché principe di Piombino, e persino desiderato, come Principe, di Salerno. Quel gran signore amava profondamente il nostro paesello al quale dedicò particolare attenzione che non ebbe per gli altri suoi feudi: nella metà del Seicento gli conferì il decoro di una residenziale cittadina, tanto è vero che resiste il toponimo del rione “Cittadella”, a quel magnanimo feudatario che tanto illustrò il Borgo nessuno ha dedicato un titolo, sia pure di sito internet! Parlare ossessivamente di Carlo Gesualdo per attribuirgli meriti non suoi e per ingigantire solo le qualità, non giova. - Napoleone Bonaparte raccomandava i suoi adulatori di non esagerare nella vanagloria per evitare il ridicolo. - Carlo Gesualdo fu un “dio” della musica ma nel contempo era anche il padrone feudale di Gesualdo!

Fu utile signore con i suoi “regnicoli”?

Come si comportò con la “Università” paesana che utilizzava gli Statuti Municipali (introdotti nella seconda metà del 1400 dagli aragonesi) per regolare la pacifica convivenza della comunità ed era gelosissima della propria autonomia? 

Riguardo all’eccelso musico, la cosa più irrazionale è quella di attribuirgli tre fisionomie. La prima immagine, quaranta anni fa, fu divulgata dal professor Arturo Famiglietti, riguardante un ritratto eseguito dal pittore napoletano Mancini e custodita nel conservatorio musicale di Napoli di San Pietro a Maiella, effige già utilizzata dallo scrittore partenopeo Alberto Consiglio nel libro “Carlo Gesualdo assassinio a cinque voci”. (Malgrado le non sempre felici sortite ricordo che all’amico Famiglietti si deve la creazione della biblioteca comunale di Gesualdo). Quel ritratto mostra un Carlo Gesualdo non ligio alla moda del tempo del suo rango, uomo più che quarantenne, attivo e pieno di voglia di vivere. Negli anni 80 del secolo scorso predominò una seconda immagine del Principe uxoricida ravvisata in base alla errata interpretazione iconografica dell’ottocentesco storico

gesualdino Giacomo Catone della pala di altare del convento dei cappuccini di Gesualdo. (Per secoli, di quella pittura, se ne è data la paternità al pittore napoletano Silvestro Murvillo detto il Bruno, il quale affrescò alcuni vani del castello di Gesualdo e effettuò dipinti sacri per la chiesa della Misericordia di Fontanarosa). Quella manieristica immagine mostra un essere ascetico, privo di interessi terreni. Che il Catone errasse nell’interpretazione iconografica della manieristica tela di Giovanni Balducci si evince dalla constatazione che quel benemerito storico, riscontrò anche le fattezze di Carlo Gesualdo sia su una moneta antica sia nel mezzobusto di marmo custodito nel suo giardino attiguo al castello. La tela impropriamente intitolata del perdono per molto tempo fu definita “La Fede e la Preghiera di Intercessione”. Ovviamente le elucubrazioni fisionomiche del Catone non collimano con la descrizione del nostro Principe fatta dal diplomatico Alfonso Fontanelli di Ferrara, nell’abbigliamento né sulla struttura corporale.  Dall’ultimo decennio del secolo scorso, i “gesualdiani” (neologismo adottato dagli appassionati di “Madrigali”,) divulgano una terza immagine di un uomo quarantacinquenne, disincantato, tutto preso dai suoi pensieri. Qualsiasi persona intelligente capisce che quel ritratto non è di Carlo Gesualdo, sia per la scritta surrettizia sul quadro, sia per la misera gorgiera.

Naturalmente ci sono sempre  quelli che pensano che gli uomini non possono esistere senza gli assoluti, e quelli che invece credono che lo scetticismo, la ricerca il libero pensiero, la revisione critica delle verità acquisite siano essenziali per lo sviluppo culturale della comunità. Per essere credibili e affidabili, a parte il culto per la verità, è necessario essere autocritici e saper prendere in considerazione le giuste osservazioni degli avversari, altrimenti non ci sarà crescita civile né progresso sociale. Il quadro, attualmente utilizzato dai cultori di Carlo Gesualdo, ritrae sicuramente Torquato Tasso e fu probabilmente fatto da Locatelli Milesi (Sorrento 1544 – Roma 1595).

Il presente scritto ripete concetti da me già espressi nel corso di venti anni durante i quali sono stato sempre snobbato dai “gesualdiani”.

Le iniziative “culturali” paesane non dovrebbero servire solamente a fare accademia, bensì a creare

sviluppo economico e turismo, grazie a “itinerari letterari” e “parchi della memoria”.

E allora perché si è boicottato il progetto dell’allargamento di Piazza Neviera appellandosi alla fasulle norme di conservazione e tutela? Perché per accogliere i turisti o gli studiosi non si è mai guardato alle trasformazioni urbanistiche dei paesi vicini, come ad esempio, Grottaminarda? Ci rendiamo conto che la sola frazione di Carpignano dispone di maggiori strutture ricettive rispetto a Gesualdo? A cominciare da una piazza capiente! I settarismi certamente non aiutano a risolvere i nostri ritardi, perché generano contrapposizioni al solo scopo di evidenziare quale fazione del paese è più istruita: tutto ciò è vera cultura?

 

 

 

 

 

Gesualdo 21 07 2005

                                       Giuseppe Mannetta, maestro muratore e cultore di Storia.

 

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